
Ringrazio tutte le persone che, in qualche modo, mi danno nuovi spunti per scrivere e vi chiedo scusa se questo, più che un post, potrebbe sembrare il capitolo di un libro che mi hanno chiesto di scrivere. Ho pensato di dividerlo in paragrafi con dei semplici titoli, così potrete leggerlo con calma, un pezzo alla volta, per cogliere al meglio ogni connessione. Prendo spunto da un episodio a cui accennerò soltanto e che sarà tema di un altro articolo. Alcuni giorni fa ero in una libreria e, ad un certo punto, ho sentito una forte spinta ad andare verso uno scaffale dove erano esposti libri sulla filosofia orientale e occidentale. Tutti i libri erano perfettamente ordinati, ma uno era con la copertina rivolta verso di me: era casuale oppure no? Ho preso il libro ed ho visto che non era in vendita, ma era un dono, la cosa mi è sembrata alquanto strana perché, in tutte le librerie che ho girato, non ho mai trovato dei libri in dono. Per farla breve ho preso il libro e anche i commessi, dopo aver controllato nel loro magazzino informatico, mi hanno confermato, sorpresi, che il libro era in dono; ma non sapevano come fosse arrivato su quello scaffale e mi hanno detto che potevo prenderlo. Il libro è uno dei testi più antichi e importanti della tradizione filosofica indiana ed è molto illuminante. L’arrivo di questo antico testo tra le mie mani non è stato una casualità, ma una risposta a certe provocazioni manipolatorie, dettate da gelosia e invidia, che vengono fatte in un determinato luogo. È difficile avere un dialogo con chi non vuole dialogare e per sua natura ha difficoltà ad aprirsi a un confronto.
La manipolazione e l'ego spirituale
Le persone assertive sono capaci di esprimere le propri emozioni e i propri pensieri con onestà e in modo diretto, ma senza la volontà di umiliare, prevaricare o ferire, mantenendo sempre il rispetto dell’altro e l'apertura al confronto. Al contrario, ci sono persone che, quando vengono colpite nel proprio ego, voltano e rivoltano la frittata per confondere la verità. Quando sono toccate nel vivo, fanno sempre un’unica cosa: assalire per manipolare. Fanno in modo che chi ha subito il danno o l'offesa si senta in colpa, usando sarcastiche frecciatine per evitare qualsiasi invito alla riflessione. Questo tipo di manipolazione avviene in molti contesti, ma si nasconde sotto una velata copertura di finta amichevolezza, anche nei luoghi in cui esiste un ego che va oltre il livello normale; mi riferisco all'ego spirituale. Consentitemi di riportare una storia, anche quando insegno nei corsi nazionali di formazione continua per insegnanti di yoga, mi piace raccontare delle storie. In un antica scuola, un Maestro viveva circondato da molti discepoli. Con il tempo, l'atmosfera del luogo divenne pesante: alcuni discepoli iniziarono a paragonarsi l'un l'altro, provando invidia e gelosia per i progressi altrui. Un mattino, il Maestro radunò tutti nel cortile. Davanti a sé aveva un grande cesto pieno di patate e diversi sacchi di tela vuoti. Egli disse: "Prendete un sacco ciascuno. Da oggi, ogni volta che proverete invidia per un compagno, che farete un commento cattivo o che vi ingelosirete dei suoi progressi, dovrete prendere una patata, incidervi sopra il nome di quel compagno e metterla nel vostro sacco". I discepoli trovarono il compito strano, ma divertente. Nei primi giorni, a causa delle continue invidie e gelosie provate, i sacchi si riempirono rapidamente e ognuno portava sulla schiena il proprio carico. Dopo una settimana, il Maestro aggiunse una regola: "D'ora in poi, dovrete portare questo sacco con voi ovunque andiate. Vi accompagnerà mentre meditate, mentre cucinate, mentre lavorate nei campi e mentre dormite. Non potrete mai abbandonarlo". Passò un'altra settimana e la situazione divenne insostenibile: i sacchi erano diventati pesanti e faticosi da trascinare. Le patate più vecchie iniziarono a marcire, emanando un odore nauseabondo e attirando insetti. Il cattivo odore era così forte che i discepoli non riuscivano nemmeno più a stare vicini l'uno all'altro. Allo stremo, si presentarono davanti al Maestro implorando: "Maestro, ti preghiamo, lasciaci gettare questi sacchi. Il peso ci spacca la schiena e l'odore della putrefazione è insopportabile. Non riusciamo più a vivere né a meditare". Il Maestro sorrise con compassione e disse: "Questo sacco è l'esatta fotografia della vostra mente. Quando nutrite invidia e gelosia e agite con cattiveria verso i vostri compagni di percorso, ferendoli, voi pensate di danneggiare loro. In realtà, state solo caricando il vostro sacco interiore. Il risentimento che provate non ferisce solo l'altro, ma marcisce dentro di voi, appesantisce la vostra anima e avvelena ogni vostra giornata". I discepoli, pieni di vergogna, compresero la lezione. Svuotarono i sacchi e, da quel giorno, si impegnarono a ripulire i propri cuori e le proprie menti da ogni forma di invidia e gelosia, sostituendo la competizione con la cooperazione. Infatti, per quanto si pensi che la competizione ci renda grandi, in realtà occorre molta più forza e carattere per cooperare tutti insieme per un compito comune che possa essere di beneficio alla società intera.
Il senso della vera giustizia
Uno degli insegnamenti più profondi che ho compreso è che quando si subisce una cattiveria in contesti che dovrebbero essere di crescita (ma questo vale per qualsiasi ambiente), chi subisce anela e chiede giustizia al Maestro. Ora, il Maestro non agisce come un giudice di un tribunale umano, ma come un guaritore della persona che è stata ferita. Riporto un'altra storia per illustrare questo concetto. In una comunità, un giovane discepolo era diventato il bersaglio di alcuni compagni a causa della sua rapidità nell'apprendere gli insegnamenti del Maestro. Gli altri, accecati dall'invidia, iniziarono ad attaccarlo, a escluderlo e a dirgli cose offensive anche al di fuori del contesto, mettendo in atto comportamenti molto scorretti. Un giorno, dopo l'ennesimo torto subito, il discepolo, furioso e in lacrime, andò dal Maestro: "Maestro, chiedo giustizia! I miei compagni mi perseguitano, mi insultano e mi sabotano. Tu vedi tutto e non fai nulla. Puniscili, o costringili a chiedermi scusa! Dov'è la tua giustizia?" Il Maestro lo ascoltò in silenzio, poi prese una tazza d'acqua pulita e un pugno di fango dalla terra. Gettò il fango nella tazza e l'acqua divenne torbida e marrone: "Vedi questa tazza? Se io adesso punissi i tuoi compagni per fare giustizia a te, farei come uno che gira un cucchiaio in quest'acqua per togliere il fango. Cosa succederebbe?". "L'acqua rimarrebbe torbida per sempre", rispose l'allievo. Il Maestro poggiò la tazza sul tavolo: "E allora, cosa dobbiamo fare per pulirla?" Il discepolo ci pensò un attimo e rispose: "Dobbiamo solo lasciarla riposare, Maestro". "Esatto. La giustizia del mondo cerca colpevoli e agita le acque. La mia giustizia cerca la pace del tuo cuore. Ora guarda la tazza". Dopo qualche minuto di silenzio, il fango si depositò naturalmente sul fondo e l'acqua in superficie tornò limpida e cristallina. Il Maestro disse:"I tuoi compagni ti hanno gettato addosso il fango della loro invidia. Se tu chiedi vendetta o punizione, agiti quel fango e lasci che sporchi tutta la tua vita. Se invece rimani immobile e focalizzato sul tuo cammino, il fango si deposita. L'invidia dice tutto su di loro, ma la tua reazione dice tutto su di te. La vera giustizia non è punire loro, ma impedire che la loro cattiveria distrugga la tua pace". Cosa ci insegna questa storia? Quando un discepolo chiede giustizia, il Maestro sposta l'attenzione dalla reazione esterna a una possibilità di raggiungere una trasformazione interna. Gli spiega che i compagni non odiano lui, ma egli sta facendo a loro da specchio. In modo non voluto, sta riflettendo le debolezze, i difetti, i sensi di colpa, le ombre, che loro non vogliono vedere in se stessi. La virtù, la calma, la diversità del discepolo mostrano ai compagni le loro stesse mancanze; per questo attaccano lo specchio, nel disperato tentativo di distruggere quella loro immagine scomoda che vedono riflessa nell'altro. Se si comprende questo, si smette di subire l'offesa e si capisce che i comportamenti poco amorevoli di chi aggredisce parlano solo di lei o di lui. Quando subiamo un'ingiustizia, il primo danno viene dagli altri, ma quando pretendiamo giustizia in modo continuo ed ossessivo, pensiamo sempre alla stessa cosa e proviamo rabbia, stiamo prolungando quel danno da soli. Il Maestro nega la giustizia umana immediata al fine di insegnarci a non bere il veleno che chi prova invidia e gelosia verso di noi, con cattiveria, ci porge. Un'altra dinamica interessante negli aneddoti di varie tradizioni del mondo è quella del discepolo che, provando invidia e gelosia, vorrebbe compiere un atto di cattiveria. Il Maestro gli nega improvvisamente lo sguardo e la sua approvazione per far notare che c'è qualcosa che non va nei suoi atteggiamenti. Questo avviene perché chi si è comportato con invidia o gelosia deve avviare dentro di sé un processo di auto-analisi e anche per questo non bisogna mai prendere sotto gamba ciò che il Maestro dice. Tra l'altro, il vero Swami o Maestro è, nella tradizione, Colui che sa, che conosce la verità e per questo invita i propri discepoli sempre al cambiamento e a correggere i propri comportamenti. Il suo silenzio non umilia mai pubblicamente chi ha sbagliato e non vittimizza mai chi ha subito l'attacco. Se il Maestro punisse gli invidiosi davanti a tutti, alimenterebbe l'orgoglio spirituale della vittima e aumenterebbe la gelosia degli altri discepoli. Egli parla in generale, pur sapendo benissimo chi sono i singoli soggetti coinvolti.
Come reagire agli attacchi
Quello che dovremmo chiederci quando gli altri ci attaccano, magari non è "Perché ce l'hanno con me?", domanda che ci farebbe stare solo nella condizione di vittima, ma: "Cosa posso imparare su di me attraverso la mia reazione?". La persona gelosa e invidiosa lancia frecciatine e provocazioni al fine di vedere la nostra reazione, perché essa è il nutrimento per il suo ego. Non ama che qualcuno sia migliore di sé e non accetta i punti di vista altrui. Pertanto, la cosa da fare è non permettere che i comportamenti tossici degli altri abitino la nostra mente, ma concentrarci sui nostri obiettivi, continuando il percorso di crescita insieme alle persone che ci apprezzano, che sono molte di più di quelle che provano gelosia e invidia nei nostri confronti. Mi sono sempre chiesta il significato del diamante. Il diamante ci indica che, se si subiscono attacchi velenosi, non c'è fango che possa sporcarlo. Inoltre, il termine diamante ci ricorda anche die mind, ovvero far morire la mente. Il significato è che il diamante, la gemma più preziosa e luminosa, simboleggia la realizzazione della verità che è nel cuore. Tuttavia, per raggiungere lo splendore di quel diamante interiore, è necessario far morire la mente egoica, superando l'attaccamento ai propri pensieri e spegnendo l'ego. L'invidia è un prezzo da pagare quando si va verso una certa consapevolezza e, più si sale, più se ne incontrerà ed è un indicatore che conferma che si sta facendo bene. Come dice il proverbio: "Non puoi impedire ai corvi di volare sopra la tua testa, ma puoi impedire loro di fare il nido tra i tuoi capelli". Perciò c'è una regola buona da seguire che è l'ABC, ovvero Always Be Careful, fai sempre attenzione e inoltre c'è questa profonda verità: Tu non sei uno, ma tre. Questo sta a significare che ognuno di noi è contemporaneamente: quello che pensa di essere, e quindi, per quanto riguarda il tema di questo articolo, l'ego ferito che soffre per la gelosia altrui, quello che gli altri pensano che noi siamo, ovvero l'immagine distorta che gli altri, in particolar modo i gelosi e gli invidiosi, hanno di noi e quello che siamo veramente, ovvero il nostro nucleo più profondo, la verità che abita nel nostro cuore, che non è toccata dalle offese altrui. Infine, c'è un errore che possiamo fare, che è quello di confondere il comportamento di altri che perseguono la nostra stessa strada con gli insegnamenti ricevuti, uno degli insegnamenti più grandi che, per quanto riguarda me, ho ricevuto è Love All, Serve All, Ama tutti, servi tutti a prescindere.
La dinamica del "girare la frittata" e la manipolazioneNella realtà quotidiana ci si scontra spesso con una precisa tattica psicologica e comunicativa: il "rivoltare la frittata". Questa espressione tipica della lingua italiana significa ribaltare una situazione o manipolare un discorso a proprio favore, speculando sulle parole per far passare dalla parte del torto qualcuno. Chi mette in atto questa manipolazione agisce decontestualizzando una singola parola di un nostro discorso e ne cambia il significato, con il solo scopo di farci passare per una persona superba o che ha molto ego. Invece di rispondere nel merito dell'argomento, tira fuori cose che abbiamo detto per screditarci davanti agli altri. Ognuno è libero di interpretare le nostre parole come vuole, ma solo io so cosa ho intenzione di dire. Se provate a dire che vi stanno fraintendendo, queste persone non capirebbero comunque. Non sono abituate a confrontarsi con serenità, a dare valore agli altri e a ritenere il prossimo come un fratello o una sorella. Il loro intento, usando anche modi non palesi, è sempre quello di affermare il loro potere, le loro idee o le loro interpretazioni degli insegnamenti ricevuti. Di fronte a questo, bisognerebbe chiedere loro come mai quello che abbiamo detto li porta ad una certa conclusione, invitandoli a spiegare quali nostre parole fanno dire loro quello che dicono.
I critici come strumenti di Vairagya
In un gruppo di persone sorge spontanea una domanda: perché alcuni sono liberi di esprimere le loro riflessioni e altri no? La risposta potrebbe essere che non tutti hanno un cuore aperto e sanno ascoltare. Tuttavia, dal punto di vista dello Yoga, i critici in realtà sono i nostri migliori amici. Essi svolgono un ruolo fondamentale, ci costringono a testare il nostro livello di Vairagya, ovvero il distacco. Dal punto di vista puramente filosofico e assoluto è vero che l'attaccamento alla giustizia umana può contenere una traccia di ego.Tuttavia il modo e il motivo per cui viene fatto notare è manipolatorio: non potendo negare che l'invidia sia una forma di ego, i manipolatori cercano qualcosa da criticare nell'altro, ossia la sua richiesta di giustizia. In questo modo spostano l'attenzione dalle loro emozioni distorte alle presunte colpe dell'altro, ovvero l'ego di chiedere giustizia, volendo sottolineare così che, secondo loro, l'altro è una persona poco evoluta.
Il Potere della Reciprocità Consapevole
"Metti le persone nello stesso posto in cui loro mettono te". A un primo sguardo, questa frase potrebbe sembrare un invito alla vendetta o a chiedere e fare giustizia. Non è così. Nel vero cammino di crescita personale e spirituale, questo principio racchiude un insegnamento molto più profondo: non significa ripagare il male con il male, ma invitare l’altro a compiere un viaggio speculare nell’empatia. Mettere l’altro nello stesso posto in cui ci ha messi significa invitarlo a sedersi in quel preciso spazio emotivo per sperimentare gli effetti delle proprie parole e azioni. Ognuno di noi può comprendere davvero il peso del bene o del male che arreca solo quando si trova a vivere la reazione che ha provocato nell'altro. Se qualcuno agisce mosso da invidia o gelosia per ferirci, il modo migliore per fargli capire se ha centrato il bersaglio è portarlo a chiedersi: "Cosa si prova a stare al mio posto?". Questo meccanismo non serve a punire, ma a stimolare una presa di coscienza più elevata, valida tanto per la sofferenza quanto per la felicità che seminiamo. Quando subiamo un torto, l’ego umano ci spinge a cercare una giustizia punitiva. Tuttavia, la vera giustizia non risponde alla logica del "occhio per occhio". Il Sanātana Dharma, ovvero la vera giustizia, si fonda sull'ordine cosmico eterno, immutabile rispetto alle leggi umane e alle convenienze sociali e politiche. Chiedere giustizia significa innanzitutto proteggere il proprio cuore dal fango del rancore, coltivando la compassione per chi agisce non conoscendo o ignorando le leggi universali. Una persona che sta compiendo un autentico percorso evolutivo è come un diamante, più viene strofinata e criticata, più risplende. All'inizio del percorso, le frecce delle provocazioni altrui possono conficcarsi nel cuore, ma con il tempo e la maturità si impara a lasciarle cadere a terra, privandole del potere di confonderci, farci sentire in colpa, inadeguati e non accettati. La psicologia dello Yoga ci offre uno strumento fondamentale per mantenere questa imperturbabilità: la pratica di Upekṣā, ovvero dell'equanimità o neutralità. La mente trova la vera serenità quando impara a coltivare queste attitudini: l'amicizia verso chi è felice, la compassione verso chi soffre, la gioia verso chi è virtuoso. A volte, assecondare gli altri o dare loro ragione non è un atto di sottomissione, ma di superiore saggezza. La vera giustizia non si chiede agli uomini, ma si lascia al tempo e al Karma. L'infelicità non deriva da ciò che gli altri dicono di noi, ma dalla nostra insistenza nel voler rispondere a tutti i costi. Chi è dominato dall'invidia difficilmente riesce a vedere il proprio ego, preferisce criticare quello altrui, preferisce lanciare il sasso e nascondere la mano per evitare il dolore di riflettere su se stessa o se stesso. In questo scenario, il perdono è un atto sano: esso non è un favore che facciamo a chi ci ha ferito, ma un’azione che libera noi stessi. Finché nutriamo rancore, rimaniamo incatenati alle persone che ci hanno fatto del male e ai loro veleni, esaudendo esattamente il loro desiderio inconscio di procurarci dolore.
In conclusione Il fine ultimo dello Yoga e dei percorsi spirituali ed evolutivi di crescita interiore non è cambiare gli altri, ma rimanere centrati dentro di se, proteggendo la nostra pace e quello che possiamo fare è incentivare il prossimo a vedere le qualità positive che ha dentro e che, a causa di futili gelosie e invidie, a volte dettate dal sentirsi inferiori o non adeguati, non riescono ancora a emergere. Questo non significa giustificare le azioni scorrette altrui ma cercare di non lasciarsi coinvolgere dalle loro cattive qualità che creano quelle azioni verso di noi. Ogni provocazione diventa così una bellissima lezione per ricordarci che tutto quello che accade nella vita ha un suo perché e un insegnamento!
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